Il pittore medievale, è noto, non conosce le regole della prospettiva, le sue raffigurazioni sono bidimensionali. E' altrettanto noto che le sue rappresentazioni di scene e costumi sono proprie della sua epoca, anche quando ha l'intenzione di rievocare situazioni risalenti nel tempo; anche se si tratta solamente di copiare opere classiche già esistenti. E’ facile, quindi, che l’uomo moderno, osservando le opere artistiche medievali, riscontri numerosi anacronismi, marcati o addirittura inaccettabili dal suo punto di vista. L’uomo medievale, in genere, non si cura della fedeltà della ricostruzione storica o, comunque, fatica a percepire i mutamenti ambientali, considera il tempo come un fattore di continuità, non di evoluzione.
La stessa mancanza di prospettiva è presente, di conseguenza, anche nei miniatori, illustratori anche di testi storici. Ne è un esempio il manoscritto miniato medievale esposto all’Hotel de Cluny di Parigi, copia dell’ ”Ab Urbe Condita” di Tito Livio, in cui si possono ammirare bellissime raffigurazioni, ad esempio, delle guerre civili repubblicane, dove i soldati romani diventano cavalieri medievali e le città castelli feudali.
Forse potrà stupire che questa difficoltà sia ben presente anche nell’opera degli storici altomedievali che appaiono ugualmente sprovvisti di prospettiva storica. Gli imperatori romani si comportano, nei loro testi, come re carolingi o come signori feudali; compiono gli stessi gesti, vestono nello stesso modo, pronunciano le stesse formule. Questo fenomeno è onnipresente: lo stesso comportamento è riscontrabile sia negli storici più ligi alle forme classiche, sia in quelli con più personalità.
Sono particolarmente interessanti le tesi storiografiche moderne che interpretano tale fenomeno. Vale la pena citarne due, molto diverse tra loro.
Beryl Smalley sostiene che lo storico medievale non è in grado di percepire i mutamenti che il tempo determina nella società, nei costumi, nella tecnologia militare e civile. Davanti a ciò, l'uomo moderno rimane incredulo, percepisce questo anacronismo come indice di ignoranza e superficialità. Occorre però far notare che per un individuo vissuto nella nostra epoca, è facile percepire i mutamenti nel corso del volgere della storia, poiché tali cambiamenti si verificano con una rapidità notevole. Nel Medioevo, al contrario, i mutamenti furono particolarmente lenti, praticamente impercettibili (basti pensare alle differenze che intercorrono tra il mondo di cinquant’anni fa e il mondo d’oggi, e alle differenze che dovevano intercorrere, ad esempio, tra il 700 d.c. e l’800 d.c.). La Smalley si sente, così, di giustificare quella che considera una disattenzione solo apparente.
Bernard Guenée presenta una teoria differente: lo storico, almeno in alcuni casi, ritiene opportuno rappresentare volontariamente i fatti storici calati nel presente, in modo da consentire al lettore di immedesimarsi nell’azione storica. Soprattutto, il cronista ha la possibilità, in questo modo, di imporre la legittimazione del potere dei sovrani coevi, spesso suoi committenti, instaurando una sorta di continuità ideale con il grande e luminoso passato.
Immagine: dettaglio di un dipinto medievale anonimo raffigurante un Apostolo con occhiali, Hotel de Cluny, Parigi.
Per approfondire:
Beryl Smalley, Storici nel Medioevo, trad. Ileana Pagani, Liguori, Napoli 1979.
Bernard Guenée, Storia e cultura storica nell'occidente medievale, Il Mulino, Bologna 1991.
