lunedì, 05 novembre 2007, ore 12:12

Viking BoatVarie saghe s'intrecciano su questa avventura che avrebbe portato i vichinghi a scoprire l'America 500 anni prima di Cristoforo Colombo. Dalla Groenlandia appena da qualche anno colonizzata da Erik il rosso, un tale Bjarni Herjulfson, nell'anno 1000, navigando verso occidente dell'isola, trascinato da una tempesta approdò nella regione del Capo Cod -a S E dell'odierna Boston- girando nei paraggi vide i picchi meridionali nella od. Nuova Scozia ed una parte della od. Terranova. Non era curioso, e in nessuno dei luoghi vi sbarcò, aveva solo fretta di trovare la via di casa. Quando riuscì a tornare in Groenlandia "non sapeva dire nulla di queste terre", cionostante aveva compilato un preciso "diario di bordo" che in seguito sarà inserito nella "Saga della Groenlandia".

Eric the Red Curioso era invece Leif Erichsonn, il figlio di Erik il rosso, che appresa quella storia allestì una spedizione per andare a verificare cosa c'era di vero nei racconti di Bjarni. Leif anche lui trovò la terra, toccando prima l’isola di Terranova, poi costeggiarono anche il Labrador, per loro Markland (terra delle foreste) si spinsero fino al 42° parallelo che è a cavallo fra Boston e Newport - dove un tedesco non stava nella pelle per aver trovato l'uva, ed è per questo che Leif chiamo la nuova terra il "Vinland". "Quando provarono a insediarsi dovettero scontrarsi con la ferocia degli indigeni, di molto superiori di numero, che li ricoprirono di frecce; decisero che il gioco non valeva la candela. Perciò com'erano arrivati tornarono indietro". Ma questo lo dissero gli altri in Europa, dopo che fu scoperto da Colombo il Nuovo Mondo, mentre in seguito spuntarono dai polverosi conventi delle dettagliate precedenti relazioni; e sembra che a Roma queste notizie le conoscessero molto ma molto prima che Colombo iniziasse il suo viaggio. Infatti nel 1480, giunse a Roma un vescovo proveniente dall'Irlanda, dall'abbazia di Stratflur, che aveva con sé alcune relazioni di viaggi fatti dai vichinghi in "America" nel corso di un secolo che prova che i vichinghi con vari viaggi andavano e venivano.

Per molto tempo storici e appassionati cercarono prove della presenza vichinga nel Nord d’America e finalmente negli anni ’60, dopo decenni di ricerche fu scoperto un campo di sicura origine nordica sull’isola di Terranova. Confermerebbero le relazioni di Leif Erichsonn che alcuni storici definiscono le più straordinarie fra tutte quelle esistenti nelle esplorazioni del mondo.
In una Storia ecclesiastica di Amburgo del 1070, compilata da Adamo da Brema, nel quarto volume, accennando alle isole settentrionali si dice "il re dei danesi riferisce che oltre queste isole fu scoperta "da molti" un'altra grande isola chiamata Vinland, perchè ricca di viti selvatiche che producono un ottimo vino. Che vi prosperano frutti spontanei in abbondanza; tutto questo da veridiche relazioni danesi". (Dunque a Roma sapevano).
Se riflettiamo, la vite non poteva prosperare nè in Groenlandia, nè sulle prime coste del Canadà, perchè il suo limite coltivativo in America si trova solo al 47° parallelo. Che corrisponde al golfo di San Lorenzo. Si accennava anche a un "grano selvatico", un "grano indio", e questo sappiamo ha il suo limite al 44° parallelo, che corrisponde a una regione fra la Nuova Scozia e New York. Parlavano di salmoni e il limite meridionale del salmone è al 41° parallelo. Citavano un grande fiume che proveniva da un grande lago, e davanti a Terranova sbuca il San Lorenzo che scende dai grandi laghi. Era quindi da più di un secolo che i vichinghi, esploravano e andavano e tornavano dal Vinland.
Negli "Annali d'Islanda" dell'anno 1121, c'è anche una nota "Erickr bykop leitadi Vinlandz"; il vescovo Erich va in visita nel Vinland". C'era dunque già un villaggio di vichinghi nel Vinland come narrano alcune saghe nordiche? Ma anche antiche saghe precolombiane - quella azteca di Quetzalcoatl- parlavano di uomini bianchi, biondi, con occhi azzurri, che da mari molto lontani, su barche come serpenti e draghi (e le navi vichinghe sulla prua avevano teste di serpenti e di drago) approdarono alcuni secoli prima nella loro terra . Ma come sapevano gli aztechi che esistevano uomini dagli occhi azzurri e dai capelli biondi? Di uomini simili in America non sono mai esistiti!

Tutti questi viaggi saranno poi confermati storicamente dal 1900 in poi, quando in America verranno ritrovate pietre runiche (per molto tempo ritenute false) e oggetti gotici proprio in quelle zone che erano state sommariamente descritte in quelle "relazioni nautiche" fatte dai vichinghi; e comunque esattamente individuabili da molti indizi. A Leif Erichsonn la città di Boston gli ha dedicato uno splendido monumento, perchè ha validi motivi di credere che il primo uomo europeo a mettere il piede sul suo territorio sia stato proprio lui, il figlio di Erik il rosso.

link info:
The "Vinland Map," possibly the first map showing the New World, is currently housed in Yale University's Beinecke Rare Book and Manuscript Library.

img:  Viking boat; The famous viking ruler "Eric the Red", pictured in "Gronlandia", featured in full battle attire.

Sahira
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categoria : alto medioevo, basso medioevo, storia delle esplorazioni





lunedì, 05 novembre 2007, ore 10:44

Circa mille anni fa (nella notte tra il 30 aprile e l'1 maggio 1006) si verificava l'evento naturale più straordinario che l'uomo ricordi. Nella costellazione del Lupo (che alle nostre latitudini si trova, in quel periodo dell'anno, appena sopra l'orizzonte) appariva una supernova (l'esplosione di una stella), talmente luminosa da proiettare sugli oggetti terrestri una tenue ombra.

In occidente se ne accorsero, tra gli altri,  i monaci benedettini del monastero di San Gallo, che, terrorizzati, s'interrogarono sul motivo di questo imprevedibile e, per loro, inconcepibile mutamento del cielo. Secondo i loro principi l'incredibile fenomeno poteva essere spiegato come un segno divino di una imminente catastrofe terrena, in accordo con il  pensiero dominante che voleva il mutamento sinonimo di peggioramento. Collegarono l'apparizione della nuova stella alla terribile carestia che si verificò poco tempo dopo. Ecco come registrò l'evento il monaco Hepidannus nei suoi Annales Sangallenses [1] :

1006. Nova stella apparuit insolitae magnitudinis, aspectu fulgurans, et oculos verberans, non sine terrore. Quae mirum in modum aliquando contractior, aliquando diffusior, et iam extinguebatur interdum. Visa est autem per tres menses in intimis finibus austri, ultra omnia signa quae videntur in coelo.

La stella, secondo Hepidannus, sarebbe apparsa al punto più meridionale del cielo, e sarebbe stata visibile per tre mesi, presentando strane oscillazioni di splendore sì che talvolta appariva abbagliante (oculos verberans) e talaltra scompariva per poi riaccendersi, e così a vicenda finché scomparve definitivamente.

Leggiamo, inoltre, la registrazione dell'evento che fece un monaco anonimo negli Annales Beneventani [2] :

1006. Clarissima stella effulsit, et siccitas magna per tres menses fuit.

Anche qui si nota il collegamento tra il fenomeno celeste e il destino terreno, tema così importante per l'uomo medievale (qui si fa riferimento a un periodo di siccità).  

Anche Sigeberto nella sua Cronaca ne raccontò l'apparizione e la definì "cometa horribili specie".  Sigeberto nega, anche davanti all'evidenza, che si tratti di una nuova stella (le stelle sono per lui immutabili) e la classifica come cometa, cioé come oggetto per definizione temporaneo e, in generale, imprevedibile (a quel tempo), ma soprattutto già conosciuto.

 

  Ricostruzione del cielo meridionale visibile il 30 aprile 1006 d.C.

[1] Monumenta Germaniae Historica,  I.

[2] Monumenta Germaniae Historica , II.

 

da Alessio Miglietta, Vautrin, il libro, Seregno, 2007, p. 101.

Vautrin
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categoria : storia della scienza, alto medioevo





domenica, 04 novembre 2007, ore 21:42

Edictum Theoderici Regis (507)

Querelae ad nos plurimae pervenerunt, intra provincias nonnullos praecepta calcare. Et quamvis nullus iniuste factum possit sub legum auctoritate defendere: nos tamen cogitantes generalitatis quietem, et ante oculos habentes illa, quae possunt saepe contigere, pro huiusmodi casibus terminandis, praesentia iussimus edicta pendere: ut salva iuris publici reverentia, et legibus omnibus cunctorum devotione servandis, quae barbari Romanique sequi debeant super expressis articulis, edictis praesentibus evidenter cognoscant.

 

1. Priore itaque loco statuimus, ut si iudex acceperit pecuniam, quatinus adversum caput innocens contra leges et iuris publici cauta iudicaret, capite puniatur.

2. Iudex si pecuniam, contra statum aut fortunas cuiuslibet ut sententiam proferret, acceperit, et ex hac re sub iusta fuerit examinatione convictus, in quadruplum quod venalitatis studio accepit, exsolvat, illi profuturum, contra quem redemptus docebitur tulisse sententiam.

3. Iudex quod immerito provincialibus rapuerit, amissa dignitate qua male usus est, in quadruplum reddat his duntaxat, quibus immerito constabat ablatum: et si defunctus fuerit, ab eius heredibus haec poena poscatur.

4. Officium cuiuslibet iudicii, quod quid ultra quam iussum est, exegerit, in quadruplum sub fustuaria poena cogatur exsolvere iis, quibus inlicite monstrabuntur ablata.

5. Sententia non praesentibus partibus dicta nullius momenti sit; nisi adversus eum prolata doceatur, qui tertio conventus, et edictis sollemniter inclamatus, adesse contempserit.

6. Ad officium sollicitudinemque iudicis pertinet, ut ea scripto lata definiant, quae apud se aguntur, sententia: et in executionem mitti iubeant, quod fuerit iudicatum.

Vautrin
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categoria : fonti, storia del diritto, alto medioevo





domenica, 04 novembre 2007, ore 13:32

(Esce quando può e quando vuole)

Segnaliamo alcuni recenti post in splinder di argomento storico:

  • L'affascinante duello, tutto medievale, tra due delle più grandi menti del XII secolo: Bernardo da Chiaravalle e Abelardo. In Inchiostro di seppia
  • Rivelazioni inquietanti su chi veramente muove le fila della Storia. In Tra Cielo e Terra
  • Alcune curiosità legate ad uno dei conflitti più sanguinosi della storia moderna. In Babilonia61
  • Una versione personalissima dell'episodio del processo al cadavere di papa Formoso. In Contenebbia 

Se avete altri post da segnalare, lasciate i link nei commenti.

Grazie e a presto.

Vautrin
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categoria : storia moderna, storia della chiesa, alto medioevo, journal des savants





sabato, 03 novembre 2007, ore 14:57

Era già un po' di tempo che volevo ringraziare la professoressa Manuela Ronquillo del Dipartimento di Scienze Storiche dell'università di Las Palmas, per aver indicato il nostro Magistra vitae nella bibliografia del suo corso sulla mentalità dell'uomo medievale.

Ecco il link:

http://www.personales.ulpgc.es/mronquillo.dch/H_Mentalidades.htm

Vautrin
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categoria : magistra vitae, alto medioevo, basso medioevo





sabato, 03 marzo 2007, ore 22:33

[...] La minaccia persiana si trasfigura così, a partire dai Persiani di Eschilo, a partire dalle Storie di Erodoto, nell'aggressione germinata dall'hybris, dalla tracotanza orgogliosa e senza limiti che spinge a violare le leggi divine. Nel caso del Gran Re, la frontiera di mare frapposta tra Asia e Europa, la misura stabilita per il suo dominio: per questo, appunto, è giustamente punito dalla giustizia divina. Ne sono strumento gli Elleni, che vincono perché oppongono alla moltitudine di armati e alla macchina da guerra del Gran Re il proprio credo nella libertà, facendone il collante ideologico per un'identità collettiva.

Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Laterza, Bari 2005, a proposito delle guerre persiane. 

 

[...] Un altro argomento è forse intervenuto non come causa ma come giustificazione dello sviamento, ed è quello che riguarda la fede nella giustizia immanente, implicitamente contenuto nei racconi di Roberto di Clari e di Villehardouin. Per questi cronisti il successo dell'operazione prova che la giustizia è dalla parte dei latini e, inversamente, che i Greci hanno perduto la loro indipendenza a causa dei loro peccati. L'argomento della giustizia immanente, qui invocato, non deve stupire, in quanto la fede in una giustizia immanente che si esercita senza indugio, hic et nunc, era generale e aveva un ruolo considerevole nel pensiero e nel comportamente degli individui e dei gruppi.

Paul Rosset, L'ideologia Crociata, trad. Alessandro Gallo, Jouvence, Roma 2000, a proposito della quarta crociata.

 

Chi vince ha ragione; chi ha ragione, vince!

 

Vautrin
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categoria : storia greca, storiografia, magistra vitae, alto medioevo, basso medioevo





venerdì, 09 febbraio 2007, ore 18:16

Il pittore medievale, è noto, non conosce le regole della prospettiva, le sue raffigurazioni sono bidimensionali. E' altrettanto noto che le sue rappresentazioni di scene e costumi sono proprie della sua epoca, anche quando ha l'intenzione di rievocare situazioni risalenti nel tempo; anche se si tratta solamente di copiare opere classiche già esistenti. E’ facile, quindi, che l’uomo moderno, osservando le opere artistiche medievali, riscontri numerosi anacronismi,  marcati o addirittura inaccettabili dal suo punto di vista. L’uomo medievale, in genere, non si cura della fedeltà della ricostruzione storica o, comunque, fatica a percepire i mutamenti ambientali, considera il tempo come un fattore di continuità, non di evoluzione.

La stessa mancanza di prospettiva è presente, di conseguenza, anche nei miniatori, illustratori anche di testi storici. Ne è un esempio il manoscritto miniato medievale esposto all’Hotel de Cluny di Parigi, copia dell’ ”Ab Urbe Condita” di Tito Livio, in cui si possono ammirare bellissime raffigurazioni, ad esempio, delle guerre civili repubblicane, dove i soldati romani diventano cavalieri medievali e le città castelli feudali.

Forse potrà stupire che questa difficoltà sia ben presente  anche nell’opera degli storici altomedievali che appaiono ugualmente sprovvisti di prospettiva storica. Gli imperatori romani si comportano, nei loro testi, come re carolingi o come signori feudali; compiono gli stessi gesti, vestono nello stesso modo, pronunciano le stesse formule. Questo fenomeno è onnipresente: lo stesso comportamento è riscontrabile sia negli storici più ligi alle forme classiche, sia in quelli con più personalità.

Sono particolarmente interessanti le tesi storiografiche moderne che interpretano tale fenomeno. Vale la pena citarne due, molto diverse tra loro.

 

Beryl Smalley sostiene che lo storico medievale non è in grado di percepire i mutamenti che il tempo determina nella società, nei costumi, nella tecnologia militare e civile. Davanti a ciò, l'uomo moderno rimane incredulo, percepisce questo anacronismo come indice di ignoranza e superficialità. Occorre però far notare che per un individuo vissuto nella nostra epoca, è facile percepire i mutamenti nel corso del volgere della storia, poiché tali cambiamenti si verificano con una rapidità notevole. Nel Medioevo, al contrario, i mutamenti furono particolarmente lenti, praticamente impercettibili (basti pensare alle differenze che intercorrono tra il mondo di cinquant’anni fa e il mondo d’oggi, e alle differenze che dovevano intercorrere, ad esempio, tra il 700 d.c. e l’800 d.c.). La Smalley  si sente, così, di giustificare  quella che considera una disattenzione solo apparente.

 

Bernard Guenée presenta una teoria differente: lo storico, almeno in alcuni casi, ritiene opportuno rappresentare volontariamente i fatti storici calati nel presente, in modo da consentire al lettore di  immedesimarsi nell’azione storica. Soprattutto, il cronista ha la possibilità, in questo modo, di imporre la legittimazione del potere dei sovrani coevi, spesso suoi committenti, instaurando una sorta di continuità ideale con il grande e luminoso passato.

 

Immagine: dettaglio di un dipinto medievale anonimo raffigurante un Apostolo con occhiali, Hotel de Cluny, Parigi.

 

Per approfondire:

 

Beryl Smalley, Storici nel Medioevo, trad. Ileana Pagani, Liguori, Napoli 1979.

Bernard Guenée, Storia e cultura storica nell'occidente medievale, Il Mulino, Bologna 1991.

Vautrin
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categoria : storiografia, alto medioevo