venerdì, 02 novembre 2007, ore 11:33

Un buongiorno a tutti. Come sapete ho chiuso il mio blog personale e, visto che senza di voi non riesco a stare :), ho deciso di riesumare la buona vecchia Magistra vitae. Rinnovo a tutti coloro che vogliono partecipare l'invito a iscriversi e a scrivere in questo blog/forum collettivo dedicato a storia, storiografia e, perché no, narrativa storica.

 

Fra pochi giorni arriverà a casa Vautrin un pacco carico di libri, ecco i titoli:

Vautrin
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categoria : bibliografia, cultura popolare, storia moderna, organizzazione interna





martedì, 20 febbraio 2007, ore 10:27

Le "storie" recitate nel teatro popolare delle marionette (i pupi) si ritrovano, assai spesso, narrate attraverso il colore e le composizioni figurative, nei carretti siciliani, quei carretti che Carlo Levi vide in un paesaggio umano e naturale di meravigliosa, dolente realtà e che ci descrisse nel bel libro "Le parole sono pietre":

"Fra gli aranceti e le alte canne brilla un mare meraviglioso, negli orti lavorano al sole uomini e donne, nelle piccole fornaci artigiane gli operai impastano la terra per le tegole, per le strade passano miriadi di carri dipinti, colorati, con le storie dei Paladini, come una continua emigrazione di un popolo che non può star fermo. Ma, passata di pochi chilometri Termini Imerese, la strada si addentra verso la montagna. Il paesaggio cambia di colpo, ci si inoltra nelle lande sterminate e nude dei feudi."

Ecco, dunque, che i carretti siciliani e l’opera dei pupi hanno in comune un vasto soggetto di rappresentazione visiva e mimica che affonda le sue radici nel sentimento dell’eroico e dell’avventuroso, dell’impeto generoso e dell’atteggiamento cavalleresco che sono propri dell’anima popolare: le "canzoni di gesta".


Carretti siciliani e "pupi"

Gli stessi colori, accesi e sfolgoranti, delle fiancate dei carretti siciliani, che sono talvolta veri e propri quadri di largo respiro e di realismo impressionante, le delicate, commoventi decorazioni in cui si scioglie un’ingenua fantasia, le geometriche di raggi e scacchi in cui sembra brillare la luce del sole di Sicilia, trovano un equivalente nella bellezza policroma dei costumi dei "pupi", nel gioioso abbandono all’ondeggiare delle piume, nella lucentezza delle corazze, degli scudi, delle spade, degli elmi, nelle ben disegnate "maschere" dei personaggi, sognanti come Marfisa o truculenti come il re dei Mori.

Ma qual è l’origine del teatro dei pupi, qual è la storia, più in generale del teatro delle marionette che appassionò grandi scrittori e che è simbolo di civiltà lontanissime tra loro, e non solo nella dimensione dello spazio, quali la civiltà europea e quelle asiatiche?


Piccole storie

Il nome marionetta pare derivi dal diminutivo di Maria (Marion, Mariette, Mariole, Mariolette) e che in Italia tale vocabolo si deve riportare alla festa delle Marie a Venezia, durante il decimo secolo. Dodici fanciulle, in ricchi abiti, erano condotte in processione per le vie delle città; in luogo delle fanciulle vennero poi offerte all’ammirazione del pubblico "dodici grandi Marie di legno (de tola), dette Marione, che poi i baloccai riprodussero in proporzioni minuscole, anche per divertire i bambini".

Stabilita così l’origine del nome, sul quale pare regni concordanza tra i cultori di storia del teatro, dobbiamo aggiungere che esistono differenze tra le "marionette" e i "burattini", essendo, le prime, mosse da fili di ferro o di refe, le seconde, invece, anch’esse dalla mano del burattinaio ma infilata nel fantoccio, nel suo vestitino.
Così va ancora detto che la marionetta ha sempre accompagnato, come espressione teatrale e forma di commento di leggende, di fatti eroici, persino di sacre rappresentazioni (con funzione evidente didascalica, cioè di insegnamento di virtù e denuncia del male) tutte le epoche storiche e che, per quello che riguarda l’Europa, e in particolare l’Italia, ha avuto momenti di eccezionale favore dal XVI secolo in poi.

Nell’ottocento fiorì l’"opera dei pupi" la quale poté contare su famiglie di eccezionali "opranti", cioè di burattinai che si trasmettevano di padre in figlio la difficile arte di far agire le marionette in uno scenario elementare e pure molto suggestivo.
I soggetti preferiti del teatro dei pupi sono quelli di carattere epico-cavalleresco, che danno alla rappresentazione il tono di un’epopea altamente drammatica ma trasferita in ambiente e in discorso popolari. La tradizione epico-cavalleresca è di derivazione francese (precisamente della Chanson de Roland) e mentre in Francia si spese relativamente presto, in Italia, e particolarmente in Sicilia, ebbe un’ininterrotta risonanza. Le fonti di questa tradizione vanno ricercate anche nella ricca produzione e nella instancabile vena inventiva dei "cantastorie" oltre che nei poemi cavallereschi classici, quali il "Morgante" di Luigi Pulci, l’"Orlando Innamorato" di Matteo Maria Boiardo, l’"Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto e nelle narrazioni dei "Reali di Francia".

Sahira
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categoria : cultura popolare, magistra vitae





lunedì, 12 febbraio 2007, ore 17:32

Matteo 20.16 : "Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi"

L'inversione della realtà ha valenza comica, rituale, trasgressiva. Essa, nella storia, fa registrare il suo più grande esempio nel Carnevale.
Le feste e i riti in onore di Iside da parte degli egizi, le "Grandi dionisiache" nell'antica Grecia, i "Saturnali" romani, sono riti antichissimi che possiamo considerare parenti di quello che oggi chiamiamo Carnevale.
La chiesa cattolica lo ha adottato, ed ha tentato di "arginarlo" in qualche modo, interpretandolo come un momento di riflessione e di riconciliazione con Dio, ma esso si è sempre presentato in realtà, come momento che si contrappone alle festività religiose ufficiali.

Nelle società di antico regime il Carnevale celebrava l'annientamento del vecchio mondo e la nascita del mondo nuovo, del nuovo anno, della nuova primavera. Questo cambiamento si manifestava nel paradosso delle maschere e dei travestimenti, nell'incoronazione del plebeo, nell'autorità del folle, nella licenza dei costumi che, per un attimo, rovesciavano le regole dei comportamenti  sociali: ci si vestiva da preti, monaci, esattori delle tasse.  Se ci si vestiva da preti si indossava il saio al contrario, si leggeva da destra a sinistra, si malediceva invece che benedire.
Si trasgrediva, si creavano situazioni goliardiche, parodie, si rideva: i nobili disprezzavano i poveri durante tutto l'anno ed allora essi si "vendicavano" nel periodo di Carnevale, creando su di loro canzoni oscene, volgari.

Si cancellavano i tabù, si dava fondo alle risorse alimentari e perfino l'attività sessuale era maggiore e più libera: i più giovani e gli sposati spesso trasgredivano, c'era la più ampia libertà e, anche se solo per pochi giorni, sovente si "chiudeva un occhio".
In alcuni casi la situazione era anche ben più seria: nelle grandi Università come Padova, Bologna, Lione i docenti uscivano di rado di casa, si registrano infatti casi in cui alcuni di essi vennero gravemente percossi.

Quello che a mio avviso rende interessante questo aspetto della cultura popolare in società di Ancient Regime, è che questa festività era intesa da tutti come una valvola di sfogo, dove per pochi giorni quello che durante l'anno era illecito, gerarchizzato, diventava  lecito e senza particolari conseguenze sociali per i "trasgressori".
Un aspetto, un rituale della vita, che per ovvie ragioni il mondo occidentale contemporaneo ha perduto e che, a mio modesto parere, ci porta ad assistere ad altri tipi di "valvole di sfogo" da parte della società, soprattutto laddove vi è ancora una cultura popolare profondamente radicata.

 
Per approfondire:

Peter Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna, Mondadori, 1980

M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 1995

 

Warenn 

 

Editing:

Vautrin
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categoria : cultura popolare, storia moderna, magistra vitae, storia privata