sabato, 03 novembre 2007, ore 14:57

Era già un po' di tempo che volevo ringraziare la professoressa Manuela Ronquillo del Dipartimento di Scienze Storiche dell'università di Las Palmas, per aver indicato il nostro Magistra vitae nella bibliografia del suo corso sulla mentalità dell'uomo medievale.

Ecco il link:

http://www.personales.ulpgc.es/mronquillo.dch/H_Mentalidades.htm

Vautrin
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venerdì, 16 marzo 2007, ore 22:10

Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere neque detestari, sed intelligere.

(Mi sono fatto uno studio di non ridere né di piangere sulle azioni umane, e nemmeno di detestarle, ma di comprenderle).

 

Baruch d'Espinosa, Tractatus politicus, 1677 (trad. A. Droetto)

Vautrin
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giovedì, 15 marzo 2007, ore 20:01

Emmanuel Le Roy LadurieEmmanuel Le Roy Ladurie nasce nel 1929 ed è allievo di Fernand Braudel (uno dei massimi esponenti della scuola degli Annales) . Per un lungo periodo concentra i suoi studi sulla Linguadoca e sulla società di antico regime. Nel 1966 viene così pubblicata la sua tesi di Dottorato,intitolata "Les Paysans de Languedoc".


Si concentra in particolare sul mondo contadino di questa regione della Francia inLes_Paysans_de_Languedoc società di antico regime perchè ha delle peculiarità : è un ambiente abbastanza acculturato,di piccoli proprietari terrieri,dove i contadini stessi fanno studiare i figli dal parroco cattolico di turno in cambio di qualche bene materiale (gli uomini di fede si mantenevano anche così).
Nel XVII secolo in Linguadoca sorge una simpatia per gli Ugonotti. I contadini iniziano ad apprezzare le idee calviniste e proprio in quel periodo si registra una crisi economica. Scoppia così una rivolta verso il "Re cattolicissimo",essa ha una particolarità,è guidata dalle donne.
Ladurie si chiede il perchè di questa rivolta e lo trova nel fatto che i capitali Lionesi e Parigini venissero investiti in Linguadoca e in questo modo producessero il cambiamento della classe dei proprietari terrieri nella loro terra.  Veniva meno, così, il rapporto feudale creatosi negli anni con i precedenti proprietari terrieri in quanto i nuovi investitori avevano un approccio diverso,puntavano a massimizzare la produzione e a diminuire i costi.P roprio qui lo storico francese fa una scoperta interessante. Distrugge il canone di interpretazione marxista (anche se lo era stato fino al 1956) e evidenzia il fatto che l'ideologia contadina guarda al passato,vuole tornare al feudalesimo in questo caso.
Questa società di contadini di Linguadoca si aggrappa ad un livello economico-politico feudale che aveva garantito loro diritti e sopravvivenza. Evidenzia l'errore di Marx,ovvero l'anacronismo: per Ladurie infatti i contadini non ragionavano come borghesi. 

Fra le altre domande che lo storico francese si pone una delle più interessanti è il perchè questi uomini,in una società maschilista,si facessero guidare dalle donne nella rivolta.
Rivolta contadinaPer rispondere a questo quesito introduce il concetto di congiuntura economica che si riflette sulla psiche della popolazione : la depressione economica produceva miseria,la miseria comportava il rinvio dei matrimoni,questo produceva ansia,soprattutto nella popolazione femminile. Nel XVII secolo infatti il matrimonio era fondamentale per le giovani donne contadine : sposarsi significava entrare in un circolo economico che portava alla sopravvivenza e rimandare il matrimonio portava ansia,frustrazione anche a livello sessuale e isterie che facevano compiere gesti che altrimenti sarebbero stati inusuali.


Questo post vuole essere un doveroso tributo a Le Roy Ladurie e al suo modo di studiare ed analizzare la storia attraverso un approccio multidisciplinare : culturale,economico,sociale,religioso.


Bibliografia : Emmanuel Le Roy Ladurie,  I contadini di Linguadoca,  Laterza

Warenn
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sabato, 03 marzo 2007, ore 22:33

[...] La minaccia persiana si trasfigura così, a partire dai Persiani di Eschilo, a partire dalle Storie di Erodoto, nell'aggressione germinata dall'hybris, dalla tracotanza orgogliosa e senza limiti che spinge a violare le leggi divine. Nel caso del Gran Re, la frontiera di mare frapposta tra Asia e Europa, la misura stabilita per il suo dominio: per questo, appunto, è giustamente punito dalla giustizia divina. Ne sono strumento gli Elleni, che vincono perché oppongono alla moltitudine di armati e alla macchina da guerra del Gran Re il proprio credo nella libertà, facendone il collante ideologico per un'identità collettiva.

Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Laterza, Bari 2005, a proposito delle guerre persiane. 

 

[...] Un altro argomento è forse intervenuto non come causa ma come giustificazione dello sviamento, ed è quello che riguarda la fede nella giustizia immanente, implicitamente contenuto nei racconi di Roberto di Clari e di Villehardouin. Per questi cronisti il successo dell'operazione prova che la giustizia è dalla parte dei latini e, inversamente, che i Greci hanno perduto la loro indipendenza a causa dei loro peccati. L'argomento della giustizia immanente, qui invocato, non deve stupire, in quanto la fede in una giustizia immanente che si esercita senza indugio, hic et nunc, era generale e aveva un ruolo considerevole nel pensiero e nel comportamente degli individui e dei gruppi.

Paul Rosset, L'ideologia Crociata, trad. Alessandro Gallo, Jouvence, Roma 2000, a proposito della quarta crociata.

 

Chi vince ha ragione; chi ha ragione, vince!

 

Vautrin
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sabato, 24 febbraio 2007, ore 23:07

α

Il principio

I Greci non percepirono nessuna cesura tra la propria storia mitica e la propria storia evenemenziale (legata a eventi storici certi), cioè tra quella misurata nel susseguirsi delle generazioni e quella più concretamente cronologica.

L'evento chiave da cui cominciare a computare il tempo è individuato, dagli antichi Elleni, nella guerra di Troia (1330 - 1000 a.C.). La data, però, è incerta e la percezione del vero tempo trascorso è spesso fuorviata (proprio a causa del metodo computazionale per generazioni).

Lo testimonia Erodoto (2, 143) attraverso il racconto dell'esperienza di Ecateo durante un viaggio in Egitto. Egli, convinto che tra la sua epoca e quella degli dèi fossero trascorse appena diciassette generazioni, chiese al riguardo informazioni ai sacerdoti del Tempio di Karnak. Gli fu risposto che essi si avvicendavano da 355 generazioni. "Il padre della Storia" concluse la narrazione dell'episodio, sostenendo che fosse impossibile, con le conoscenze disponibili nella sua epoca,  determinare con certezza un inizio della storia.

Tucidide, al contrario, si espose, indicando come inizio dei tempi l'età mitica di Minosse, re di Creta.

Eforo di Cuma propese, invece, per l'invasione dorica.

 ω

La fine

La questione della fine della storia greca è, ovviamente, estranea agli storici antichi. Il problema venne affrontato negli anni dei grandi studi storico-filologici, in particolare in Germania.

Generalmente si considera  l'età di Alessandro la grande linea di demarcazione tra la storia greca "classica" (quella, per intenderci, delle pòleis) e quella ellenistica.

Ecco alcune interpretazioni:

Busolt individua nella battaglia di Cheronea (338 a.C.) la fine dell'indipendenza delle pòleis e quindi della grecità propriamente detta.

De Sanctis considera la morte di Socrate (399 a.C.) il momento finale del periodo d'oro della Grecia classica.

Bengston sostiene, infine, che la soppressione della scuola Platonica di Atene da parte di Giustiniano (529 d.C.) abbia definitivamente chiuso la storia millenaria dei Greci.

Per approfondire:

Lorenzo Braccesi, Guida allo studio della storia greca, Laterza, Bari 2005.

Vautrin
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mercoledì, 21 febbraio 2007, ore 17:53

Carl Linnaeus, biologo svedese meglio noto come Carlo Linneo, nacque nel 1707, 300 anni fa.

Fin da bimbo Carlo sviluppò interesse per la botanica, che all'epoca era una disciplina importante anche perchè la maggior parte dei medicamenti era costituita da vegetali: conoscere la differenza tra un potenziale veleno o un'erba curativa era davvero essenziale!

Ancora giovanissimo, nel 1730, Linneo elaborò il suo metodo di classificazione tassonomica, per il quale è diventato famoso. La sua intuizione fu quella di suddividere le specie di vegetali sulla base di caratteri che tutto sommato erano facilmente individuabili, come i fiori, le foglie, le radici... d'altra parte le ricerche attuali si concentrano su fenomeni che avvengono all'interno della cellula, ma all'epoca di Linneo non c'erano tanti mezzi tecnologici avanzati, per cui si può dire che egli riuscì ad ottenere il massimo dagli strumenti che aveva a disposizione.

Oltre agli studi di botanica, Linneo proseguì le sue  ricerche scientifiche, dedicandosi alla professione medica. Erano gli anni in cui man mano si diffondevano gli studi sulle malattie infettive (ricordate l'ode del Parini sull'innesto del vaiolo?),ed in tutta Europa erano ancora devastanti le epidemie, anche a causa delle cattive condizioni igieniche delle città.

Linneo morì nel 1778, tuttavia il suo sistema di classificazione è rimasto in uso da allora, ed ha un nome: classificazione binomiale. Funziona così: ogni organismo ha 2 nomi (in latino, che ancora nel '700 era la lingua d'elezione in campo scientifico), il primo dei quali identifica il Genere, il secondo (in minuscolo), identifica la Specie.

Homo sapiens ed Homo habilis, ad esempio, sono 2 specie di ominidi appartenenti al genere Homo. Bisogna tener presente che solo la specie è realmente rappresentata in natura, poichè qualsiasi altra entità tassonomica (detta anche taxon) è assolutamente fittizia! Potremmo, infatti, decidere di raggruppare gli animali non più sulla base dei caratteri per i quali al momento li distinguiamo in Pesci, Anfibi, Rettili, Uccelli e Mammiferi ma sulla basi di caratteri differenti, che renderebbero inutilizzabile l'attuale classificazione.

Per saperne di più su Linneo, potete vedere la voce della Wikipedia, nonchè un' interessante pagina che contiene anche molte curiosità e foto che riguardano il personaggio a cui si accenna in questo post.

4passi
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martedì, 20 febbraio 2007, ore 10:27

Le "storie" recitate nel teatro popolare delle marionette (i pupi) si ritrovano, assai spesso, narrate attraverso il colore e le composizioni figurative, nei carretti siciliani, quei carretti che Carlo Levi vide in un paesaggio umano e naturale di meravigliosa, dolente realtà e che ci descrisse nel bel libro "Le parole sono pietre":

"Fra gli aranceti e le alte canne brilla un mare meraviglioso, negli orti lavorano al sole uomini e donne, nelle piccole fornaci artigiane gli operai impastano la terra per le tegole, per le strade passano miriadi di carri dipinti, colorati, con le storie dei Paladini, come una continua emigrazione di un popolo che non può star fermo. Ma, passata di pochi chilometri Termini Imerese, la strada si addentra verso la montagna. Il paesaggio cambia di colpo, ci si inoltra nelle lande sterminate e nude dei feudi."

Ecco, dunque, che i carretti siciliani e l’opera dei pupi hanno in comune un vasto soggetto di rappresentazione visiva e mimica che affonda le sue radici nel sentimento dell’eroico e dell’avventuroso, dell’impeto generoso e dell’atteggiamento cavalleresco che sono propri dell’anima popolare: le "canzoni di gesta".


Carretti siciliani e "pupi"

Gli stessi colori, accesi e sfolgoranti, delle fiancate dei carretti siciliani, che sono talvolta veri e propri quadri di largo respiro e di realismo impressionante, le delicate, commoventi decorazioni in cui si scioglie un’ingenua fantasia, le geometriche di raggi e scacchi in cui sembra brillare la luce del sole di Sicilia, trovano un equivalente nella bellezza policroma dei costumi dei "pupi", nel gioioso abbandono all’ondeggiare delle piume, nella lucentezza delle corazze, degli scudi, delle spade, degli elmi, nelle ben disegnate "maschere" dei personaggi, sognanti come Marfisa o truculenti come il re dei Mori.

Ma qual è l’origine del teatro dei pupi, qual è la storia, più in generale del teatro delle marionette che appassionò grandi scrittori e che è simbolo di civiltà lontanissime tra loro, e non solo nella dimensione dello spazio, quali la civiltà europea e quelle asiatiche?


Piccole storie

Il nome marionetta pare derivi dal diminutivo di Maria (Marion, Mariette, Mariole, Mariolette) e che in Italia tale vocabolo si deve riportare alla festa delle Marie a Venezia, durante il decimo secolo. Dodici fanciulle, in ricchi abiti, erano condotte in processione per le vie delle città; in luogo delle fanciulle vennero poi offerte all’ammirazione del pubblico "dodici grandi Marie di legno (de tola), dette Marione, che poi i baloccai riprodussero in proporzioni minuscole, anche per divertire i bambini".

Stabilita così l’origine del nome, sul quale pare regni concordanza tra i cultori di storia del teatro, dobbiamo aggiungere che esistono differenze tra le "marionette" e i "burattini", essendo, le prime, mosse da fili di ferro o di refe, le seconde, invece, anch’esse dalla mano del burattinaio ma infilata nel fantoccio, nel suo vestitino.
Così va ancora detto che la marionetta ha sempre accompagnato, come espressione teatrale e forma di commento di leggende, di fatti eroici, persino di sacre rappresentazioni (con funzione evidente didascalica, cioè di insegnamento di virtù e denuncia del male) tutte le epoche storiche e che, per quello che riguarda l’Europa, e in particolare l’Italia, ha avuto momenti di eccezionale favore dal XVI secolo in poi.

Nell’ottocento fiorì l’"opera dei pupi" la quale poté contare su famiglie di eccezionali "opranti", cioè di burattinai che si trasmettevano di padre in figlio la difficile arte di far agire le marionette in uno scenario elementare e pure molto suggestivo.
I soggetti preferiti del teatro dei pupi sono quelli di carattere epico-cavalleresco, che danno alla rappresentazione il tono di un’epopea altamente drammatica ma trasferita in ambiente e in discorso popolari. La tradizione epico-cavalleresca è di derivazione francese (precisamente della Chanson de Roland) e mentre in Francia si spese relativamente presto, in Italia, e particolarmente in Sicilia, ebbe un’ininterrotta risonanza. Le fonti di questa tradizione vanno ricercate anche nella ricca produzione e nella instancabile vena inventiva dei "cantastorie" oltre che nei poemi cavallereschi classici, quali il "Morgante" di Luigi Pulci, l’"Orlando Innamorato" di Matteo Maria Boiardo, l’"Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto e nelle narrazioni dei "Reali di Francia".

Sahira
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giovedì, 15 febbraio 2007, ore 15:30

CORO
Zeus privilegia la parte del padre, se è come dici.
Ma lui, con le sue mani, incatenò Crono, il padre già vecchio: non stridono le due circostanze?
Come lo spieghi? (ai giudici) Voi mi attestate quel che state udendo.
APOLLO
Sanguinarie, vi odiano tutti, fate schifo agli dèi!
I ceppi c'è chi li slaccia, c'è sempre mezzo di porre rimedio, di sciogliere.
Lascia che la polvere asciughi il sangue di un uomo, una volta crollato: più non esiste risveglio. Per questo non creò fascini il padre mio: eppure, ruota e regola il resto del cosmo - l'abisso e la volta celeste - e non pulsa per l'enorme fatica.
CORO
Rifletti se è il caso di difenderlo, di farlo assolvere.
Ha fatto colare per terra il sangue materno, che è tutt'uno col suo.
Vivrà in futuro nelle mura domestiche, ad Argo, che appartennero al padre?
Quali altari avrà per il rito, nel suo paese?
Quale cerchia di famiglie gli porgerà l'acqua che monda?
APOLLO
Ho la risposta, eccola: rifletti se è esatta.
Non la madre, non lei produce il suo frutto: «figlio» è il suo nome.
Solo, nutre il gonfio maturo del seme.
Lui procrea, che d'impeto prende.
Lei come ospite all'ospite: veglia sul giovane boccio, se un dio non lo schianti
.[...]

Eschilo, Eumenidi

Oreste è figlio di Agamennone, re di Argo, e di Clitennestra.
Agamennone, di ritorno dalla lunga guerra di Troia, viene assassinato da Egisto, che nel frattempo aveva preso il suo posto a fianco della regina.
Oreste divenuto adulto vendica la morte del padre, uccidendo Egisto e Clitennestra.
Qui inizia il suo lungo dramma, che si conclude nel processo narrato da Eschilo nelle Eumenidi.
Oreste a seguito del suo gesto viene perseguitato dalle vendicative Erinni, arcaiche divinità femminili che non perdonano all’eroe il matricidio.
Il dramma di Oreste narra in verità il passaggio di un epoca, un cambiamento nel mondo mediterraneo che avrebbe rivoluzionato l’intera storia dell’occidente a venire: la fine dell’era del matriarcato e l’inizio del patriarcato.
Clitennestra che sceglie un nuovo amante e fa uccidere il legittimo marito – re ricalca infatti l’arcaico rito di successione dinastica nella società matriarcale, dove era  la regina a scegliere il consorte, con la possibilità di rinnegarlo in qualsiasi momento.
Oreste si ribella a questa consuetudine, provocando le ire delle Eumenidi, custodi delle antiche tradizioni.

Il momento chiave del passaggio tra le due tipologie di organizzazione sociale viene raccontato simbolicamente proprio nel processo contro Oreste.
Le Erinni accusano il giovane di aver sparso il sangue materno, il proprio sangue, ma ecco intervenire Apollo, che spiega che non la madre “produce il frutto”, ma il padre, e il corpo della donna si limita ad ospitare tale seme.
La donna, dopo millenni in cui veniva onorata quale “Creatrice di vita” diviene colei che “ospita” la vita.
Il suo ruolo era definitivamente destinato ad assumere un carattere secondario.
Nient’altro che della fine del Matriarcato e l’inizio del Patriarcato.

per approfondire:

 

Giuseppe Sermonti, Il mito della Grande Madre. Dalle amigdale a Çatal Hüyük, Mimesis, Milano 2002,

Santaruina
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lunedì, 12 febbraio 2007, ore 17:32

Matteo 20.16 : "Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi"

L'inversione della realtà ha valenza comica, rituale, trasgressiva. Essa, nella storia, fa registrare il suo più grande esempio nel Carnevale.
Le feste e i riti in onore di Iside da parte degli egizi, le "Grandi dionisiache" nell'antica Grecia, i "Saturnali" romani, sono riti antichissimi che possiamo considerare parenti di quello che oggi chiamiamo Carnevale.
La chiesa cattolica lo ha adottato, ed ha tentato di "arginarlo" in qualche modo, interpretandolo come un momento di riflessione e di riconciliazione con Dio, ma esso si è sempre presentato in realtà, come momento che si contrappone alle festività religiose ufficiali.

Nelle società di antico regime il Carnevale celebrava l'annientamento del vecchio mondo e la nascita del mondo nuovo, del nuovo anno, della nuova primavera. Questo cambiamento si manifestava nel paradosso delle maschere e dei travestimenti, nell'incoronazione del plebeo, nell'autorità del folle, nella licenza dei costumi che, per un attimo, rovesciavano le regole dei comportamenti  sociali: ci si vestiva da preti, monaci, esattori delle tasse.  Se ci si vestiva da preti si indossava il saio al contrario, si leggeva da destra a sinistra, si malediceva invece che benedire.
Si trasgrediva, si creavano situazioni goliardiche, parodie, si rideva: i nobili disprezzavano i poveri durante tutto l'anno ed allora essi si "vendicavano" nel periodo di Carnevale, creando su di loro canzoni oscene, volgari.

Si cancellavano i tabù, si dava fondo alle risorse alimentari e perfino l'attività sessuale era maggiore e più libera: i più giovani e gli sposati spesso trasgredivano, c'era la più ampia libertà e, anche se solo per pochi giorni, sovente si "chiudeva un occhio".
In alcuni casi la situazione era anche ben più seria: nelle grandi Università come Padova, Bologna, Lione i docenti uscivano di rado di casa, si registrano infatti casi in cui alcuni di essi vennero gravemente percossi.

Quello che a mio avviso rende interessante questo aspetto della cultura popolare in società di Ancient Regime, è che questa festività era intesa da tutti come una valvola di sfogo, dove per pochi giorni quello che durante l'anno era illecito, gerarchizzato, diventava  lecito e senza particolari conseguenze sociali per i "trasgressori".
Un aspetto, un rituale della vita, che per ovvie ragioni il mondo occidentale contemporaneo ha perduto e che, a mio modesto parere, ci porta ad assistere ad altri tipi di "valvole di sfogo" da parte della società, soprattutto laddove vi è ancora una cultura popolare profondamente radicata.

 
Per approfondire:

Peter Burke, Cultura popolare nell'Europa moderna, Mondadori, 1980

M. Bachtin, L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, 1995

 

Warenn 

 

Editing:

Vautrin
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giovedì, 08 febbraio 2007, ore 00:44

[...] Le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell'eterna giustizia, ma dai mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell'economia [...]

Friedrich Engels, Anti-Duhring, in La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1986, p.154

[...] La storia universale [...] in fondo è la storia dei grandi uomini che hanno lavorato quaggiù. Essi sono stati i condottieri degli uomini, questi grandi uomini; i modellatori, i patroni, e in un senso più largo i creatori di tutto ciò che la massa generale degli uomini ha potuto sforzarsi di fare o raggiungere; tutte le cose che vediamo compiute nel mondo sono precisamente il risultato materiale esteriore, la realizzazione pratica e l'incarnazione delle idee che sorsero nei grandi uomini inviati nel mondo.

Thomas Carlyle, Gli eroi, Trad. Giorgio Varchi, Dall'Oglio, Roma. 1962, p. 5.

Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.

Isaac Asimov, Il crollo della Galassia Centrale,  Trad. Cesare Scaglia, Arnoldo Mondadori, Milano 1964, p. 84.

Immagine: Alessandro Magno, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Vautrin
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